C’è un punto, nella scrittura di Alcide Pierantozzi, in cui la letteratura smette di essere racconto e diventa postura del corpo. Lo sbilico nasce esattamente lì: in quell’istante instabile in cui l’equilibrio non è ancora caduta ma ha già rinunciato alla promessa della stabilità. È un libro che non chiede consenso, non offre conforto, non cerca l’empatia facile. Preferisce il rischio. Preferisce stare, appunto, di sbieco.
Pierantozzi scrive come chi conosce il prezzo della lucidità. Non indulge nel compiacimento autobiografico, non cerca l’alibi della confessione. Usa l’io come un campo di battaglia, non come un santuario. Lo sbilico è un testo che si muove lungo la faglia dell’identità contemporanea, là dove l’idea di sé non è più un centro ma una dispersione. Il protagonista — che poi è voce, coscienza, nervatura — attraversa il mondo con la sensazione costante di essere fuori asse, disallineato rispetto alle aspettative, alle regole, perfino al proprio desiderio.
Qui la lingua è tutto. È una lingua tesa, nervosa, che alterna scarti improvvisi a momenti di precisione chirurgica. Pierantozzi sa che oggi non si può più scrivere “bene” nel senso tradizionale del termine: si può solo scrivere vero, o almeno necessario. E Lo sbilico è necessario perché non cerca di spiegare il disagio, ma di abitarlo. Non lo racconta dall’esterno: ci entra dentro, lo lascia parlare, lo espone senza protezioni retoriche.
Il libro lavora per sottrazione. Non c’è una trama che rassicuri, non c’è una progressione narrativa classica. C’è piuttosto un accumulo di stati, di pensieri, di attriti. La struttura è quella di una mente che prova a stare al mondo mentre il mondo le scivola di lato. In questo senso Pierantozzi intercetta una condizione generazionale, ma senza mai trasformarla in manifesto. Non c’è sociologia, non c’è posa. C’è la fatica quotidiana di restare in piedi quando ogni appoggio sembra provvisorio.
Lo sbilico, allora, non è solo una condizione psicologica: è una postura etica. È il rifiuto della semplificazione, della frase ad effetto, della riconciliazione finale. Pierantozzi non chiude, non pacifica. Lascia il lettore in uno stato di leggera vertigine, come dopo aver guardato troppo a lungo nel vuoto. Ed è proprio lì che il libro colpisce: nella sua capacità di non risolversi, di non diventare prodotto, di non chiedere applausi.
C’è anche una riflessione sotterranea sulla scrittura stessa. Scrivere, per Pierantozzi, è un atto sbilenco, mai definitivo, sempre esposto al
fallimento. Ma è proprio in questo fallimento potenziale che la letteratura ritrova la sua funzione: non dire come stanno le cose, ma mostrare come ci si sente quando le cose non stanno da nessuna parte.
Lo sbilico è un libro scomodo, e per questo necessario. Non fa compagnia: fa attrito. Non consola: interroga. È uno di quei testi che non si lasciano riassumere, perché vivono nella tensione, non nella conclusione. Pierantozzi conferma di essere uno degli autori più radicali del nostro panorama: uno che non scrive per piacere, ma per necessità. E oggi, in un tempo che chiede continuamente equilibrio, qualcuno che rivendica lo sbilanciamento come forma di verità è più che uno scrittore: è un sintomo. E forse, anche, una possibilità.
Gian Paolo Serino