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Eresia dei giusti. Intervista a Rudy Toffanetti

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Eresia dei giusti è il nuovo libro di Rudy Toffanetti uscito nel 2026 per Vallecchi poesia, nella collana diretta da Isabella Leardini. Il libro è suddiviso in 5 sezioni e un appendice di poesie dedicate a Franco Loi che per primo ha apprezzato e incoraggiato la scrittura di Toffanetti, influenzandola con quel denso gusto che amalgama uomo e cosmo, sfera privata e ambiente politico. L’uomo è un animale politico e innamorato. La scrittura di Eresia dei giusti è anche il tragitto di uscita dall’adolescenza, o una regressione creativa all’età infantile, alla sicurezza del mondo nella visione polimorfa, mentre «il mondo intanto si sgretolava, tra pandemia, guerra in Ucraina, crisi delle supply-chain, crisi ecologica e proletarizzazione del ceto medio, e quella mia passione di bambino era diventata un filtro con cui leggere il presente.» Una regressione non difensiva ma proiettata nel mondo: un soggetto sociale e desiderante «tra i podcast di geopolitica e il pensare a lei che fa dov’è come sta», che coglie l’ibridazione semantica dei linguaggi e degli ambiti e costruisce un mondo nuovo, natura e rovine, nascita e morte. Tra gli animali fantastici dei giochi infantili e le politiche globali, le concatenazioni tra luoghi e tempi lontani creano mappe in cui non tutti i sentieri sono percorribili e scrivibili, «quando le relazioni funzionano, e le cose si chiamano, allora non c’è censura che tenga, e ciò che si sente deve essere detto.» Ma non tutto è così necessario da essere comunicato, anche se lo si desidera. In Eresia dei giusti, Rudy Toffanetti fa un passo indietro e abbandona l’io, l’autoreferenza lirica, e diventa ambiente egli stesso, parte di un tutto, frammento scrivente dell’altro…

Gian Luca Garrapa

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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?

Non so se sia stato un vero e proprio desiderio – non voglio cadere nella retorica della necessità, però è stato così. È cominciato tutto nell’estate del 2020, quando al margine dell’ultima età giovanile sono tornato forse un po’ per capriccio su ricordi di quando ero bimbo, i film come Jurassic Park o il tentativo di scrivere un romanzo d’avventura. Poi quelle immagini del passato sono diventate visioni, e la città dove vivevo appariva come un sito di scavo: il mondo intanto si sgretolava, tra pandemia, guerra in Ucraina, crisi delle supply-chain, crisi ecologica e proletarizzazione del ceto medio, e quella mia passione di bambino era diventata un filtro con cui leggere il presente. La perdita e il tradimento delle aspettative sono la condizione di cui si nutrono questi anni, e la grande promessa della vita può sembrarci essersi interrotta – ma a ben guardare la natura è sempre stata un grande ciclo di produzione, conservazione e distruzione dei suoi componenti; l’eresia è volersi aggrappare a qualcosa, ma è anche il gesto necessario del nostro cervello significante. Credo che allenarsi in questa ginnastica sia un corretto esercizio, ed è quello che avevo bisogno di mettere a fuoco condividendolo in una comunicazione.

Quando scrivi, godi?

Assolutamente sì. Non scrivo esplicitamente per piacere – scrivo se ho qualcosa da dire, appunto, ma se non avessi piacere nel farlo avrei smesso. E non perché sia un processo sempre facile, spesso è una tortura, ma il piacere di guardare il congegno finito che sarà sempre discosto e autonomo rispetto a quello sognato è appagante.

Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?

Ho l’impressione che dopo che sia stato scritto un libro smetta di essere importante, almeno per me, quindi è difficile rispondere a questo. Una delle ultime poesie che ho scritto però penso sia stata importante nel processo di definizione di cosa volessi dire: non volevo scrivere un canzoniere intimo, e nemmeno un libro programmatico. Avevo bisogno che individualità e intimità fossero il binocolo con cui puntare gli occhi sul mondo sociale e naturale, e da lì tornare sulla nostra vita che è in balia della storia senza che ce ne rendiamo conto. Stavo camminando per strada con la testa piena di pensieri, era sera, e me ne stavo trasognato tra i podcast di geopolitica e il pensare a lei che fa dov’è come sta, e ho unito le inquietanti notizie di Starlink di Elon Musk all’elegia di una storia d’amore finita, e lì ho capito che il libro aveva quella direzione, e che doveva seguirla perché era la direzione che aveva sempre avuto, di quando avevo preso in mano un libro sui dinosauri di quando ero bambino e La sesta estinzione di Elizabeth Kolbert.

Quarantamila fiori di silicio

appariranno, mentre a un’amica o al cappuccino

spargerai le varie cose del tuo giorno:

come stanno i tuoi l’amore è difficile

convivere, ci sono certi odori e il mattino

sembra tutto nuovo, ma quaranta-

mila fiori piantumati in orbite sinistre

ti spieranno attraverso il cellulare. Sei perduta

né ho redenzione, come quello che si perde

in una stanza vuota, e la stanza vuota

sono le città con le loro cento porte:

che sortite ci saranno, mentre l’autobus

infila la salita e il mare s’allontana, quali

varie cose spargerò, mentre il buco

della metro mi risucchia — Genova e Milano

non attenderanno, né quarantamila

satelliti in volo… Per questo come i nobili

ho il culto del ricordo.

Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?

Mi piacerebbe se fosse un film. Sarebbe bello un viaggio onirico in cui appaiono rovine storiche e biologiche in mezzo alle nostre città.

Che rapporto hai con la censura?

Il problema che si ha oggi, ossia che sembra che niente di ciò che scriviamo sia importante e che quindi non valga la pena scriverlo. Bisogna impegnarsi contro questa convinzione, intimamente, e poi essere consapevoli che non tutto ciò che desideriamo comunicare vale davvero la pena di essere comunicato. È anche qui un esercizio e una disciplina, secondo me: sentire quello che provi e spargerlo sul tavolo, e poi studiarlo, confrontarlo, metterlo in relazione al resto. Quando le relazioni funzionano, e le cose si chiamano, allora non c’è censura che tenga, e ciò che si sente deve essere detto.

Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?

Nessuno dei due. È una pratica di cui godo, e con cui spero di prestare un servizio – anche se in pochi leggono poesia, io spero che quando qualcuno legga ciò che scrivo senta lo slancio di farne qualcosa. Che poi desideri attraverso le mie parole riconsiderare la sua vita e le sue abitudini oppure consolarsi è quasi una scelta in cui non posso entrare. Certamente questo libro però mette in discussione uno status quo, ossia la convinzione che l’accumulo e il possesso siano categorie sensate con cui vivere la società e l’esistenza.

Bonus track:

« Io non appartengo a me

più di quanto il fumo appartenga al fuoco,

appartengo di più al cielo, o io sono

della terra, dei riverberi,

dell’aria, della luna, degli screzi

nell’inclinazione dell’eclittica.

[…] »

In questo frammento esprimi un bellissimo concetto e una pratica che spesso ci si dimentica in poesia: l’abbandono dell’io o meglio l’io come abbandono. Nella struttura lirica del tuo scrivere l’autore presenzia ed è molecola del cosmo. C’è un desiderio di dissolversi e il verso spesso si diluisce in un continuo condividendo con l’altro, il contorno. Che ruolo ha, nella tua poesia, il frammezzo quotidiano dell’ambiente?

Sì, c’è l’idea di sciogliersi nell’intorno, anzi è meglio come hai detto tu: vivere l’io come abbandono. Proprio perché la dimensione fondamentale dell’esistenza è la perdita, allora a me sembra che sia pregnante nella costituzione della nostra identità il non aversi, e questo è forse un modo anche molto efficace di conoscersi. Non voglio dire che bisogna estraniarsi, e guardarsi vivere – questa mi sembra una formulazione crudele, per quanto a volte lusinghiera – ma penso che entrare davvero in rapporto con l’ambiente significhi proprio non considerarsi come protagonisti assoluti di esso, riconoscere anzi che ciò che siamo dipende dall’infinita rete di relazioni che ci costituisce. È come se fossimo campi nati dall’azione di forze intorno a noi, e che in qualche modo si dicono coscienti. Se questa coscienza esistesse prima o se sia un prodotto del tutto che si conosce è il problema degli averroisti quando leggono Aristotele, ed è ancora un problema intorno a cui penso sia bello indagare: qualunque che sia la risposta, è certo che la nostra autocoscienza fa esperienza di sé attraverso l’altro, ed è vero per qualunque essere che si possa dire tale. Questo siamo e questo è l’ambiente, secondo me.

« […]

Un pittore mi diceva che nessuno si sognava

di dare per scontata la giornata o il cielo o come

filtra il sole in mezzo alla verzura: tutto ha una cura

e un’anima che vive, pioggia dentro che colora

di invisibile la luce.

[…] »

Vedere l’invisibile e dire l’invivibile è una costante del tuo testo che zigzaga tra elementi chiaramente autobiografici e tracciati ecologici nel senso di casa universale che ci ospita; prosa che a volte intermedia il verso risuonante, un sottile rimario. Il tuo scrivere consuona, in che modo, con le arti della visione, la pittura, il cinema, la scultura?

Non saprei, sicuramente non in modo cosciente, però mi piace guardare film e andare alle mostre, amo ciò che è visivo e penso che l’organo della vista sia prioritario nei miei testi. Mi piace la solitudine del pittore danese Hammershoi, la luce di Vermeer, le angosce di Munch e le malinconie di Bernard; mi piacciono i fauves che fanno esplodere i colori, e mi piace e trovo c’entri tanto con questo libro la desolazione di Klee. Allo stesso modo tra i miei registi preferiti e che credo ritornino nel libro mi piace Ermanno Olmi, con il suo ritmo documentaristico in L’albero degli zoccoli ma anche in Torneranno i prati – con quell’albero che sia accende in mezzo alla trincea, in mezzo alla notte all’improvviso; o Dersu-Uzala di Kurosawa, o L’ultimo imperatore di Bertolucci, per dirne altri due. Però a informare questo libro c’è soprattutto la meraviglia dei film di Spielberg e l’idea che Jurassic Park sia la favola che la scienza ci restituisca quello che la scienza ci ha tolto. Non è tanto un ritorno ai film dell’infanzia e il ricordo di quando eravamo piccoli e ingenui, per me è un riferimento a una corrente culturale che vive il mistero come elemento tremendo e affascinante, necessario all’essere umano perché in grado di ridimensionare il suo narcisismo. Tutta la cinematografia di Spielberg è questo – Duel, Lo squalo, E.T., Indiana Jones, sono tutti film in cui attraverso le inquadrature, i colori e la musica ci viene offerta la gioia dell’incanto. Che quando si parla dell’io come abbandono penso sia fondamentale. A volte questo è letto in modo sbagliato come un ritrarsi dalla sfera politica, dalla sfera storica, come se si cercasse una consolazione infantile appunto – ma io non credo che le due cose siano distanti, anzi mi sembrano fili intrecciati in una sola corda: non possiamo lottare senza immaginazione, e l’immaginazione non può che essere lotta o diventa ossessione.

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Rudy Toffanetti, Eresia dei giusti, Vallecchi poesia, collana diretta da Isabella Leardini, 2026

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