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La cassetta delle lettere per i cari estinti. Intervista a Lorenza Stroppa

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Foto: Beatrice Toffolutti

La cassetta delle lettere per i cari estinti, il nuovo romanzo di Lorenza Stroppa uscito per Mondadori nel 2025, è uno spazio narrativo tradizionale in cui, come in un piccolo giardino, crescono esotismi e vegetazione aliena. In questo cronotopo, per dirla alla Bachtin, s’innestano, cioè, stazioni orbitali anomale, storie parallele, oblique premonizioni e la presenza diagonale della morte come nell’anamorfosi del famoso dipinto Gli Ambasciatori di Holbein: la linearità della scrittura, spostando lo sguardo dalla riga, ci conduce nel tortuoso mondo del lutto, della crescita, dell’abbandono. E ci interroga, ci specchia nell’abisso quotidiano della dimenticanza. Si parla della morte, «uno dei tabù del mondo di oggi, più attento alla performance, all’apparire sempre sani e felici, quasi che queste due condizioni fossero dei diritti e dei doveri.» E delle morti in vita, anche, delle transizioni che non sai dove conducono, una scrittura del desiderio che si forma in «una sperimentazione della vita. Scrivere è per me allo stesso tempo una vivisezione della realtà e un allontanamento da essa.» In queste pagine apparentemente tranquille i giorni paiono immobili come montagne, ma ai piedi di una solida struttura narrativa accade la «“rivelazione”, in cui tutti i nodi vengono al pettine, come si suol dire. Sono pagine che contengono un concentrato di emozioni, che mettono a nudo i personaggi e coinvolgono il lettore.» La cassetta delle lettere per i cari estinti, è una potenzialità narrativa che potrebbe fuoriuscire dalla pagina scritta ed «essere un quadro […] oppure una serie tv […] oppure un podcast […]». La scrittura di Lorenza Stroppa narra con delicatezza la vita nella sua sottile gioia e sottile crudeltà, con quella stessa sincerità che trova «assurdi tutti questi movimenti votati a cancellare le testimonianze del passato perché poco politically correct». Il libro, nel suo essere cristallino, ci mostra nitide le crepe dell’esistente, mutamenti che possono stravolgere silenziosi una vita: «La rivoluzione gentile sa essere invisibile e a volte ancora più potente…», scrivere è proprio questo desiderio sintonizzato sulla legge finale cui non si può sfuggire: ma lieve è assopirsi tra le pieghe convulse di giornate tranquille e vedersi trasformare in ciò che si è…

Gianluca Garrapa

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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?

La scintilla è nata da un altro libro, galeotto. Si tratta del romanzo “Lux” di Eleonora Marangoni che parla di tutt’altro ma che a un certo punto della narrazione, in una stanza di un rigattiere, tra mille altri oggetti strani (l’elenco occupava una pagina intera), cita “una cassetta delle lettere per la corrispondenza con i cari estinti priva di serratura”. Gli scrittori sono dei ladri – di idee, di ricordi, canzoni, immagini – e io non sono da meno, perciò me ne sono impossessata e ho lavorato attorno a quell’idea. Alla cassetta però ho aggiunto una serratura e un custode: Arturo.

Ho desiderato raccontare questa storia per avere l’occasione di trattare, in un modo meno drammatico e ansioso, privo delle solite sovrastrutture, il tema della morte, uno dei tabù del mondo di oggi, più attento alla performance, all’apparire sempre sani e felici, quasi che queste due condizioni fossero dei diritti e dei doveri. Non c’è più spazio per il lutto, il tempo del dolore ma anche di una sacrosanta commiserazione. Il tempo necessario per accettare in modo consapevole ciò che è accaduto e capire come affrontare le conseguenze visibili e invisibili.

Quando scrivi, godi?

Non direi, no. La scrittura per me è raramente esaltazione, più un percorso cauto e calibrato che affonda in quel terreno scivoloso fatto di intercapedini, non detti, sfumature dell’inconscio e autonarrazione. A volte scrivo per affrontare una paura, a volte solo per scivolare in un mondo diverso, in un corpo diverso e capire cosa potrei fare, chi potrei essere. Cosa potrei sognare. Un’anticipazione, una sperimentazione della vita. Scrivere è per me allo stesso tempo una vivisezione della realtà e un allontanamento da essa.

Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?

Non lo scrivo solo perché potrebbe fare dello spoiler sulla storia, che ha anche una piccola componente di giallo, di mistero. Ma è di sicuro la parte della “rivelazione”, in cui tutti i nodi vengono al pettine, come si suol dire. Sono pagine che contengono un concentrato di emozioni, che mettono a nudo i personaggi e coinvolgono il lettore. La difficoltà, in questi casi, è nel riuscire a restare precisi e aderenti alla storia, nel non indulgere in sbavature. Essendo pagine cruciali, una sorta di cartina al tornasole della storia, era fondamentale che le scrivessi con cura e attenzione chirurgica. Non so se ci sono riuscita, ma di sicuro mi sono impegnata a farlo.

Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?

Potrebbe essere un quadro – mi immagino un dipinto di Magritte, simbolico e poetico allo stesso tempo; oppure una serie tv – la distribuzione capillare delle lettere nel testo potrebbe creare singole puntate quasi autoconclusive che portano avanti anche la storia-cornice; oppure un podcast, con i contributi – le lettere – di altre persone, perché no. Magari prima o poi diventerà una di queste cose. Mi piacciono molto le contaminazioni e sono a favore dello scambio e la condivisione di idee.

Che rapporto hai con la censura?

Dipende cosa intendi. Con la censura dei libri pessimo: la aborro. Trovo assurdi tutti questi movimenti votati a cancellare le testimonianze del passato perché poco politically correct. Recentemente un’amica mi ha detto che non riesce a leggere alla figlia Pippi Calzelunghe perché c’è il termine “negro”… basta leggere e contestualizzare, giusto? Non mi sembra così difficile. È anche un modo per rimarcare lo sviluppo del pensiero critico e della sensibilità e dare il giusto valore alle lotte per i diritti e per le pari opportunità. Ma è un discorso troppo complesso per una risposta. Se invece per “censura” intendi richieste di editor volte a tagliare alcune parti del testo… dipende. Dai motivi e dal contesto. In questo caso ad esempio ho lavorato molto bene con il mio editor, con cui ho instaurato una sinergia e una buona dose di fiducia reciproca. Il libro è frutto di diversi piccoli compromessi.

Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?

Leggendo i miei libri ci si accorge che non uso la penna come un’arma, quanto più come una piuma. Uno dei miei tratti distintivi è la delicatezza, la gentilezza con cui mi sforzo di affrontare certi temi e situazioni. Questo non significa che non porti avanti – magari con dei simboli o delle maschere – dei piccoli sommovimenti. In questo libro ad esempio ho parlato molto della scuola e forse alcuni atteggiamenti o parole che ho messo in bocca ai miei personaggi mostrano delle possibilità alternative, chissà. La rivoluzione gentile sa essere invisibile e a volte ancora più potente…

Bonus track

Foto: Beatrice Toffolutti

Lieve e quasi innocua trascorre la tua scrittura, eppure nel solco del romanzo classico si insinua un modo di vedere obliquo, diagonale. Elaborare un lutto, ricostruire oggetti, costruire cose da altre cose: tutto un divenire sé-altro da sé. E possiamo scrivere ai nostri cari estinti. Ma se invece tu dovessi scrivere una lettera a un personaggio della letteratura, a chi e cosa gli diresti?

Mi piacerebbe avere una corrispondenza con Dino Buzzati per condividere alcune inquietudini e ossessioni letterarie. Vorrei scrivere a Stephen King per dirgli che i suoi libri mi hanno traghettata dall’adolescenza all’età adulta esorcizzando molte mie paure (magari un giorno lo farò) e facendomi appassionare a quell’età di mezzo che spesso racconto nelle mie storie. Sarei felice di parlare del suono della scrittura con Erri De Luca, del rapporto con l’editor con Carver, dell’inquietudine con Bret Easton Ellis, dei personaggi con Elizabeth Strout… Mi fermo qui. Quando si parla di libri e scrittori potrei andare avanti ore.

«Vorrei poter imbucare questa lettera e fartela arrivare. Raccontarti di come è andata con Francesca, del nonno, di Napoleone, della scuola dove insegno… di ciò che resta, dopo di te. Dicono che la morte risolva, appiani i conflitti. Forse succede a chi è già di là, ma per chi rimane è diverso.»: è un estratto dalla prima lettera. L’idea di una cassetta delle lettere nasce da una tua lettura, a significare come i libri servano anche a spostare suggerimenti, indicare possibili percorsi, soprattutto c’è una forte idea di condivisione: nei tuoi personaggi-luoghi si avverte l’idea di comunità. Oggi, mi sembra, uno strano solipsismo autorale stia prendendo piede e moda. La morte è l’azzeramento dell’altro, il sano narcisismo artistico ma senza reale condivisione è la peste dell’arte. Cosa ne pensi?

Sono d’accordissimo. A me piace fare rete, condividere, aiutare a crescere, spandere semi in giro come un soffione. Ma spesso gli autori sono delle monadi, concentrati su se stessi, con dei muri invalicabili e poca disponibilità. Per me la scrittura stessa, se affrontata con sincerità, è un “darsi” – sulla pagina, tra le righe, nella storia, nei pensieri. Come ogni tipo di forma artistica è espressione di sé ma vive solo – acquista forza e realtà – sotto lo sguardo altrui. È reciprocità (c’è un bel libro su questo argomento scritto da Peter Mendelsund, Cosa vediamo quando leggiamo). Se ricambiato – come il monte San Victoire per Cèzanne, che lo guardava – aggiunge vita, diramazioni insospettabili, propaga semi e possibilità.

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Lorenza Stroppa, La cassetta delle lettere per i cari estinti, Mondadori, 2025.

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