“e Reis si appiattisce il baffo con uno sbuffo equino di fiato torrido e dice, con sommo astio, «Tu sei una zanzara, soldato scelto Becchino. Basta uno schiaffo per spiaccicarti. E finirai spiaccicato prima della fine di questa guerra, ma non sarò io a farlo. Non ti renderò tale onore. Non credo nemmeno che sarà uno dei tuoi colpi ravvicinati a segnare la tua fine. Il tuo trapasso sarà quello dei ratti. La tua coda lunga e untuosa finirà incastrata in qualche anonima trappola per topi. E quando sarai lì con la coda schiacciata, soldato scelto Becchino, chi verrà in tuo aiuto? Questi uomini qui?»,”
Angel Down è il romanzo di guerra di Daniel Kraus (E/o edizioni 2026, pp. 384, € 20,00 tradotto da Andrea Cassini) che inizia nel bel mezzo di una frase e nel bel mezzo di una battaglia, mentre il nostro eroe riemerge inspiegabilmente da un’esperienza di morte certa e giace meravigliandosi della propria fortuna tra “cadaveri caldi e viscidi pigiati tutto intorno a lui”.
Un romanzo che ha vinto il Pulitzer 2026 per la narrativa perché fonde generi come l’allegoria, il realismo magico e la fantascienza in un insieme coeso, raccontato in un’unica frase.
Tutto d’un fiato, a parte qualche domanda o esclamazione che si perdono nel flusso di quanto accade in un’accumulazione che travolge il lettore:
“e Bagger dice, «State cercando dei diavoli, padre? Eccoci, siamo noi. Soldato Mefistofele ai vostri ordini. Laggiù troverete il soldato Belzebù, il soldato Bafometto, il soldato Lucifero e il soldato Anticristo. Lo so, lo so, i cavalieri dell’Apocalisse dovrebbero essere solo quattro, ma questa è la guerra per porre fine alla guerra, quindi abbiamo portato i rinforzi»,”.
I soldati vengono inviati in missione per dare il colpo di grazia a un commilitone ferito ma trovano un angelo abbattuto dall’artiglieria:
“e la teoria di Goodspeed possiede una logica che Bagger non può ignorare, perché poniamo che tu abbia costruito un nuovo genere di armi, e tali armi sparino più in alto e più lontano di qualsiasi altra cosa realizzata prima, è plausibile che le cariche esplosive colpiscano delle creature che, prima della Grande Guerra, fluttuavano ad altitudini ritenute inviolabili, e una di tali creature potrebbe essere uno stramaledetto angelo,”
Un’unica frase immensa per un romanzo che ci sommerge, con l’irruenza della vita e della morte, le due vicende umane che più assomigliano alla verità.
Carlo Tortarolo
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e Cyril Bagger si considera fortunato, dovrebbe aver tirato le cuoia, reso l’anima al creatore, dovrebbe essere crepato, stecchito, trapassato, kaput, morto
insomma, anzi, non solo morto ma sparpagliato in pezzetti di carne, perché l’ultima cosa che ha visto era una bomba che gli cadeva addosso con un rumore di due treni merci che si schiantano, un tiro a palombella di Fritz il Crucco, un po’ ironico a pensarci bene, visto che l’unico motivo per cui Bagger preferisce l’incarico di seppellire i morti è che i colpi di artiglieria non arrivano così lontano dalla trincea di prima linea, invece quella bomba sì, ed è proprio come se l’è sempre immaginata in sogno, un teschio rosso di fuoco che cade strillando, lasciandogli solo un secondo per pensare, Ecco, la fortuna del vecchio Bagger alla fine si è esaurita,
e l’aldilà, per quel breve istante in cui l’ha visitato, è stato piacevole, lo hanno adagiato tra le braccia e tra le gambe lunghe lunghe di Marie-Louise, la prostituée per la quale aveva sperperato tutti i suoi franchi mentre i Butcher Birds della 43° erano di stanza nei Vosgi, i pacifici, asciutti, caldi, tranquilli, incruenti Vosgi, dove Bagger inspirava il profumo La Rose Jacqueminot di Marie-Louise, l’acqua di rose nei capelli e la cipria alla pervinca, e quando espirava faceva svolazzare i suoi riccioli tinti di rosso e quei vezzi di pizzo del suo reggiseno,
e quindi l’ultima cosa che desidera è qualcuno che gli rompa i coglioni chiedendogli «Sei vivo?», al che Bagger risponde, «No, cazzo», al che l’uomo fa una risata asciutta e lo solleva per le ascelle come un parto podalico, così Bagger il neonato schiude le palpebre, una crosta di fango, olio e lacrime imbarazzanti, e scopre che lo stanno tirando su dalla fossa che stava scavando mentre il mortaio l’ha colpito, ora larga il triplo e piena del triplo dei morti, coi soldati che si affannano a ricoprirli di calce e terra,
e Bagger sarebbe rimasto sepolto vivo se non fosse stato per quel commilitone dai riflessi pronti, dovrebbe proprio regalargli una sigaretta per ringraziarlo, ma Bagger è distratto dai cadaveri caldi e viscidi pigiati tutto intorno a lui, un doughboy quasi decapitato da un osso pelvico, un altro che è morto con gli intestini raggomitolati in uno scarpone, un terzo piallato a tal punto da una bomba che la spina dorsale gli esce dalla bocca spalancata,
e tuttavia Bagger, pur incredulo e allibito, è intatto fino ai mignoli dei piedi, quindi come cazzo fa a essere vivo se tutti quelli che stavano nei paraggi, a giudicare dalla scena, sono esplosi, spappolati e sparpagliati, forse è merito del cadavere che stava trasportando, pensa, magari gli ha fatto da scudo, ma una vocina nella testa gli ripete che è un miracolo, il che lo fa incazzare ulteriormente, perché figuriamoci se comincerà a credere ai miracoli proprio lì all’inferno,
e una volta riappoggiato il culo su un terreno più o meno solido, Bagger si accorge che su quel tratto di terra acquitrinoso fra la foresta delle Argonne e il corso della Mosa è sceso il silenzio, e non c’è nulla di più sospetto al mondo, sul fronte occidentale la quiete è fragile, ogni volta uno dei due schieramenti si fa prendere dalla fretta e decide di mandare al macello qualche altro centinaio di uomini per strappare una decina di centimetri di quella terra talmente sconquassata che solo un pazzo sognerebbe di conquistarla,
e così Bagger si tira su, con la testa che gli gira ancora, e si scaccia dalla fronte il vello sudicio dell’aria, il fumo grigio-piccione e la nebbia bianca come sclera, e dietro le colline di fango diarroico e i crateri papposi da cui quelle colline sono state vomitate vede camionette, carri e cannoni cingolati che marciano verso est, pare che l’intera cazzo di 43° Divisione, 3° Corpo d’armata della United States First Army stia abbandonando la scena con la probabile eccezione della misera Compagnia P di Bagger, lasciata lì a penzolare in eterno sul fianco sinistro della brigata come un pisello gonorroico,
e Bagger cerca il tascapane, è sempre al suo posto, e tira fuori la Bibbia, la apre, e infila il naso tra le spaziature, e inspira, non gliene frega un cazzo di re, pastori, falegnami e profeti, vuole solo il profumo umido e proteiforme della copertina di cuoio rosso e la sensazione lignea delle pagine di carta velina, tutte chiazzate dai segni a mezzaluna delle dita suo padre, è come inalare sali per lui, lo è sempre stato fin da quando era piccolo, gli sembra di tornare nello studiolo angusto sopra la chiesa dove il vescovo Bernard Bagger preparava i sermoni, ai tempi in cui il cuore di Cyril, adesso pieno di fumo, era stato pieno di qualcosa di simile alla speranza,
ed è solo quando tende i muscoli per annusare che Bagger avverte una croccantezza sulla pelle, ha il viso incrostato di sangue secco, palesemente non suo, allora si proibisce di immaginare a chi appartenga, è meglio che il sangue non abbia mai significati più profondi di una pioggia, specialmente nelle Argonne dove restano pochissimi alberi a smorzare il vento di ottobre che nel giro di un attimo ti incolla il sangue alla pelle,
e se dunque è impossibile dire chi abbia versato quel sangue, la tipologia di sangue è un altro discorso, dopo aver passato quattordici giorni in quel ciclone di cartilagine e piombo Bagger ha sviluppato un palato da sommelier e sa riconoscere il frizzantino aspro del sangue brachiale, il sapore terroso e di sorgo del femorale, quello denso e pastoso delle ferite al cuore, il tanfo rancido dei vari liquidi viscerali, e la nota salata e calda del sangue arterioso, proprio quello che si sta leccando adesso dalle labbra,
ed è un bene che ci sia la Bibbia a sostenerlo, Bagger prende un’annusata avida e rumorosa, le cavità nasali che si crogiolano nella nostalgia aromatica di consolazione e conforto, poi rimette a malincuore il libro nella borsa e s’infila le dita nelle orecchie per sturarle dai tappi cremosi di sangue e fango, in quel mondo di trincee l’udito è infinitamente più prezioso della vista,
e i rumori del mondo ritornano con una sferzata, e Bagger resta senza fiato sentendo quel fischio elastico che sovrasta ogni cosa, un altro colpo di minenwerfer, lo stesso tipo di bomba che ha fatto spezzatino dei suoi commilitoni nella fossa, oh no, oh cazzo, anzi aspetta, no, questo è diverso, non è tanto un fischio quanto uno strillo, non inferiore a un lanciamine dal punto di vista dei decibel ma più tagliente, lacera il brontolio della fine del mondo con una tonalità che Bagger non ha mai sentito prima,
e per quanto la Terra di Nessuno sia brulicante di macchine d’assalto allo stremo delle forze, i loro gemiti morenti sono prevedibili, sembrano un cigolare di cardini, mentre questo strillo è organico, vivo, come i mugolii sensuali di Marie-Louise o gli anatemi stentorei del vescovo Bagger, potrebbe essere maschile o femminile, umano o animale, ma qualunque cosa sia sta morendo, in modo lento, chiassoso, una glissade di lamenti agonizzanti,
e Bagger, già appesantito dal fango e dal sangue, si sente adesso gravare dall’atroce certezza che quello strillo non finirà mai, proprio come la guerra non finirà mai, come la carneficina non finirà mai, è la frase di un libro che si scapicolla senza nemmeno un punto, annaspando in un numero eccessivo di virgole, una frase che, una volta iniziata, non può più essere fermata, una frase condannata a riavvolgersi su se stessa formando un’orribile ruota nera che, prima o poi, trascinerà ogni abitante di questo pianeta nella sua fossa,