“Sgusciamo il tempo dalle noci/e gli insegniamo a andare:/il tempo torna al guscio.”
(Paul Celan).
“Qui vive Joži” di Nadya Radulova (Barta, 2026 pp.141 € 15.00) nella traduzione di Alessandra Bertuccelli, esce nelle librerie in 21 settembre. Il romanzo si articola in una serie di 21 racconti e fiabe, in cui il respiro autentico e simbolico della libertà affranca il tempo opprimente e prigioniero della storia. Nadya Radulova ripercorre attraverso le voci dei protagonisti, il cammino di amore e memoria, elegia e realtà, mescolando l’ipnotico intreccio della fantasia all’originalità carismatica della narrazione. Joži rappresenta una potente, enigmatica ed emblematica essenza di un patrimonio intellettivo e spirituale, simbolico e immaginario, include tutte le identità evolutive nelle dinamiche interiori dell’universo femminile, esplora l’archetipo universale di una percettività che configura il ruolo primordiale di una bambina, di una madre, di una bisnonna, testimone di una coscienza rivelata dalla luce di una forza eterna nella vastità avvolgente del mondo.
Nadya Radulova ricalca la qualità narrativa nell’eco espressiva di una interpretazione diacronica che comprende il quadro sociale e individuale della Bulgaria comunista degli anni Settanta fino alla fine del XXI secolo, estende il cambiamento di una comunità avvolta in una sconcertante e terrificante decadenza, post apocalittica, dettata dallo sconvolgimento implacabile del tracollo climatico. Affida l’eredità tenebrosa e inquietante delle vicende all’energia e alla resistenza di una comunicazione orientata verso il potere allegorico delle parole. “Qui vive Joži” descrive il luogo di un’appartenenza emotiva, i territori di un’estensione sospesa tra l’istinto delle sensazioni e il presentimento delle immagini, indica una residenza originale e attrattiva, composta da elementi funzionali suggestivi intorno alle pareti scompaginate e distorte dell’itinerario letterario, combina registri linguistici estendendo lo spazio evocativo del racconto, dal codice incantato della favola, dalla personale traccia di una coinvolgente biografia, dalla cifra stilistica della previsione distopica, in una cronaca dettagliata interessante e singolare, sospesa in uno scenario atemporale. Nadya Radulova imprime la lapidaria magia della poesia e il brivido dell’inquietudine, donando l’incisivo significato dell’incertezza umana divisa tra il senso della bellezza e lo spettro dell’orrendo, sfida il silente dolore che accomuna le generazioni ferite dall’esperienza delle guerre, dalla tormentosa separazione della diaspora, dall’angoscioso e minaccioso comportamento della violenza familiare. Proietta con la caratterizzazione efficace di laconiche conversazioni fuori dal tempo, intrise tra le pagine, la delicatezza e la sensibilità del dramma umano, dell’intensa intimità offesa. Il romanzo custodisce una solida considerazione e una dignitosa rifrazione sulla memoria, sul contagio psicologico delle fratture e sull’instabilità dell’umanità, avvinta dalla polvere del mondo e dalla dispersione inesorabile di ogni danno. Una deriva del presente che è anche incombente ed esasperata sorveglianza sul futuro, una funzione ammonitrice per capire che la realtà deformata diventa motivo di riflessione, di responsabilità e di consapevolezza, metodo drastico di integrazione passiva e trasferimento di un allarme spaventoso, anestetico dell’anima che rimane a contemplare la profonda complessità intellettuale oltre i brandelli di una collettività provvisoria, in bilico sulla dimensione visionaria e metaforica della vita.
Rita Bompadre
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L’alta torre e l’ultimo paesino
«E il mastro muratore s’incamminò per tornare al suo lontano paesino: l’ultimo sul margine opposto della pianura. S’era già fatta sera e il
signore gli aveva offerto di
pernottare nella torre che aveva costruito, e di partire almattino, prima del sorgere del sole».
«E il muratore accettò con gioia perché dalla finestraaveva visto la bella figlia del signore salutarlo con la sua manina bianca».
«No, no, niente di tutto ciò. Rifiutò senza pensarci due volte. A casa, nel lontano paesino, lo aspettava sua moglie con la figlioletta appena nata e con il loro figlio di cinque anni. Gli aveva promesso che al suo ritorno gli avrebbe intagliato un piffero di legno. Voleva tornare a casa prima che i suoi cari si svegliassero il mattino dopo. Portava loro scaglie di marmo dell’ultimo piano della torre e una di splendente mica della cupola. Ci aveva messo ben otto anni a costruirla, durante i quali tornava a casa solo per pochi giorni al mese, e ormai aveva molta nostalgia del paesino natio».
«Sì, e non lo avrebbe lasciato mai più».
«No, non è esattamente così, questa è un’altra storia. Siccome nel suo piccolo paesino non si cercavano mastri muratori come lui, presto avrebbe preso un altro lavoro, in un posto ancora più lontano che gli ci sarebbero voluti duegiorni di viaggio per boschi e paludi, e avrebbe incontrato strani esseri sulla sua strada, e avrebbe sentito lingue sconosciute, e si sarebbe meravigliato e spaventato. Ma prima di tutto questo, per un po’ sarebbe stato felicemente con la famiglia. Il suo signore lo aveva pagato con generosità per il lavoro eseguito alla perfezione e ora avevano di che vivere di lì a qualche mese».
«E per un nuovo cavallo e una carrozza!».
«No, quelli non gli servivano. Il cavallo e la carrozza del mastro muratore erano belli e robusti. E così montò a cassetta e partì. Il sole era sceso senza far rumore nella foresta dirimpetto e al mastro parve che tra i platani bicentenari si fosse acceso un fuoco inestinguibile. Ogni minimo movimento delle fiamme nella vegetazione trasformava il verde o in rosso torbido o in violetto. Quando il mastro muratore entrò nella foresta, il sole aveva già permeato il terriccio sotto gli zoccoli del suo cavallo, e dei fuochi danzanti non c’era più traccia. L’oscurità era fresca e linda, le piante notturne si aprivano alla vita e emanavano un forte profumo, il velo del silenzio pian piano si sollevava e alle orecchie del mastro muratore cominciavano a giungere quei meravigliosi suoni della notte, che di giorno e all’aperto non si potevan sentire. Sibili e colpi, stridori e scricchiolii, canzoni recondite che il venticello, scendendo basso basso, strappava alle erbe, e di tanto in tanto un ululato appena percettibile, un lontano saluto di ciò che nel buio s’era destato».