Le ideologie fanno delle persone parlanti il contrario delle persone parlanti . Della conversazione, il contrario della conversazione . Quel che si muove nell’ambito del consentito , quel che può essere detto , è il non-dire-nulla che batte contro la lingua :elementi posticci e formulazioni cieche . (H. Müller)
Herta Müller, premio Nobel per la Letteratura nel 2009, nata e cresciuta nella regione del Banato rumeno durante il regime di Nicolae Ceausescu, ha mostrato , nel corso della sua carriera letteraria, uno spiccato interesse sia per la manipolazione linguistica messa in atto nei regimi totalitari, sia per la perdita del significato originale delle parole, trasformate dalle dittature in strumenti di propaganda o di paura. Analizzare in che modo tale controllo si configuri in atto di occupazione cognitiva, in che modo la manipolazione lessicale e l’imposizione di particolari strutture sintattiche diventino strumenti di ingegneria sociale volti a plasmare progressivamente il pensiero, sostituendo alla complessità del reale nuove formule precostituite, è stato per lei un esercizio quotidiano di osservazione . Il potere non si limita a vietare il dissenso: mira a renderlo letteralmente impensabile, colonizzando le menti, imponendo mezzi espressivi che corrispondono ed aderiscono ad una visione del mondo univoca , rendendo impossibile e censurabile ogni pensiero contrario. La sua prima pubblicazione, Bassure, (1982) fu subito sottoposta al vaglio dell’ufficio di censura che rimosse, tra le altre, la parola “valigia” perché nell’immaginario collettivo sottintendeva una possibile emigrazione da un paese che non era proprio un paradiso socialista. Come nel pensiero magico, ciò che non è nominato, non esiste.
“Una mosca attraversa mezza foresta”-Storie di regime, esilio e libertà (titolo originale: Eine Fliege fliegt durch die halbe Welt), nella bella traduzione italiana di Margherita Carbonaro ,(Feltrinelli, pp. 112, €16,00), è un libro prezioso, che stimola il pensiero critico , specie in questo momento storico segnato da una diffusa recessione democratica e nuove spinte autoritarie . Attraverso immagini di feroce concretezza, ci restituisce la raffinata visione politica di una letteratura come forma di resistenza nell’ affilata percezione di una scrittrice che rifiuta le ambiguità linguistiche . Nove discorsi e un monologo in cui vengono analizzati alcuni meccanismi dell’oppressione, prende forma la visione degli oggetti materiali come micro-resistenze semantiche, viene definito il concetto di patria ed identità . Una summa di interventi pubblici che non costituiscono solo una memoria documentaristica e biografica ma rivendicano il diritto ad una scrittura come atto muto e fisico. In un sistema che impone il falso come norma, la costruzione di un microcosmo interiore, fatto di immagini proprie e parole recuperate dal loro svuotamento ideologico, “abitare, arredare, percorrere il foglio di carta” diviene l’unico atto salvifico capace di preservare un residuo di umanità e di autonomia cognitiva. La letteratura si configura allora come un contro-inganno necessario, denuncia della menzogna del mondo nella creazione di una lingua affilata, consapevole di essere un artificio, ma votato a testimoniare l’orrore vissuto.
Dopo la laurea conseguita all’Università di Timisoara, che diventerà famosa per essere stata la culla della Rivoluzione rumena del 1989, Herta Müller trovò lavoro come traduttrice in un’azienda ma in seguito al rifiuto di diventare un’informatrice della polizia segreta, subì per anni le vessazioni della polizia segreta rumena, la famigerata Securitade, fu sottoposta ad interrogatori arbitrari, minacce di morte, sorveglianza e falsa diffusione di notizie finalizzate al suo discredito : […] Ogni giorno, in città o nel mio appartamento potevo essere pedinata, interrogata, perquisita, arrestata ,o investita in un incidente inscenato […]. Ma dentro la mia mente, nella costellazione delle cose e della lingua, non entrava nessuno. Lì dentro rimanevo indipendente, invisibile e irraggiungibile […].( In L’occhio di vetro cinese , pag 48 ) . Quello che si dice nella mente è una lingua vera e propria, più intensa che mai. La lingua è sempre in tutto. Ma solo la lingua propria che assomiglia al tacere perché rimane nella mente, decide se e in che misura è pronta a servire la lingua manipolata.(ibidem ).Il discorso interiore rimane dunque l’unico spazio di autenticità. Il silenzio non è assenza di pensiero ma una forma di parola custodita. Se la lingua della mente resta integra, il mondo manipolato dal potere non può “occupare” completamente l’individuo.
Nell’ottica di manipolazione linguistica del regime, le parole si smarrivano per essere sostituite da altre già pronte e manomesse . Tra i vari esempi riportati in queste pagine, spicca quello in cui la gente, nel tram, non diceva più “timbrare” il biglietto ma “perforare”, usando la formula ufficiale del sistema che nella miseria cruda della vita quotidiana introduceva subdolamente la parola tecnicizzata del progresso. Chi ripeteva le formule statali aveva ormai assunto la visione falsificata del reale: l’inganno era riuscito, l’elemento individuale distorto. Pubblicamente, tutto diventava “noi”, il singolo non esisteva più, persino nel parlare privato. Se il potere del sistema derivava anche dalla sue forte capacità di influenza attraverso la lingua, anche la resistenza, allora, avrebbe potuto trarre la sua forza dal linguaggio. Contro la violenza verbale del regime che tentava di annullarla, l’autrice edifica un mondo tutto suo, dove ogni parola è un tassello di libertà riconquistata. Rifugiarsi in un mondo ‘di carta’ era l’unica reazione possibile al trauma dell’espropriazione della parola . Scrivere non significa dire la “verità oggettiva” che può essere inaccessibile o distrutta dalla dittatura ma significa essere onesti nel modo in cui si usa l’artificio letterario. L’inganno della scrittura è “onesto” quando non cerca di rassicurare il lettore, dice la Müller ma usa metafore e immagini per restituire la sensazione autentica del terrore e dell’esistenza, anche se quelle immagini sono, tecnicamente, “invenzioni”.
I testi raccolti in Una mosca attraversa mezza foresta rileggono autori classici (come Heinrich Böll) e contemporanei (come il dissidente cinese Liao Yiwu), sottolineando come la scrittura debba mantenere la lucidità e la forza morale necessarie per affrontare il rischio del ritorno a quelle pulsioni autoritarie che si annidano nelle crisi democratiche attuali. La letteratura, come la “mosca” del titolo che attraversa ostacoli immensi, deve essere quel disturbo costante, piccolo ma inarrestabile, che attraversa la “foresta” dell’indifferenza . In Con rabbia di questo mondo e tenerezza dell’aldilà ( tratto dal discorso per la presentazione del libro Un canto, cento canti di Liao Yiwu a Berlino il 27 agosto 2011), la letteratura diviene tormento e grazia, impulso ad una grandiosa realizzazione del ricordo, della memoria che può esercitarsi solo grazie all’osservazione del momento in cui i fatti vengono esperiti, alla volontà di chi è giunto al “punto zero dell’esistenza” di registrare le cose in maniera cruda, dettagliata precisa. E questa coazione ad osservare è una grazia perché preserva l’umanità nel momento stesso in cui protegge alle spalle la persona – e probabilmente la salva (pag 37).
Dopo reiterate minacce di morte e l’impiccagione sospetta di un amico, Herta Müller nel 1987 fu costretta a lasciare la Romania per la Germania e a stabilirsi a Berlino. In La parola del cuore e della mente. La Germania e i suoi esuli pag. 56), rielaborazione del discorso tenuto per l’inaugurazione della mostra sull’esilio presso la Deutsche Nationalbibliothek il 29 agosto 2012, si indaga la difficoltà di recuperare il senso di sé e la libertà nella Germania riunita, affrontando i “fantasmi” del passato che continuano a tormentare gli esiliati. Si comprende chiaramente come con coerenza, fermezza ed integrità la scrittrice non ceda a compromessi nemmeno nei confronti del paese che l’ha accolta insieme alla madre, (deportata in Ucraina al termine del secondo conflitto mondiale ) e al primo marito. Esilio non significa riduzione al silenzio. Molti autori esuli avevano partecipato alla resistenza contro la dittatura nazista, diffondevano informazioni alla comunità internazionale sulle condizioni in cui versava la Germania. Senza un luogo destinato al ricordo dell’esilio nella memoria pubblica degli orrori del nazionalsocialismo – scrive Müller – rimarrà sempre un grande vuoto. Chi era stato in esilio continua ancora oggi a non essere considerato vittima in Germania: La parola espulsione è riservata solo ai profughi delle ex regioni orientali tedesche. Si chiamano “espulsi dalla patria”. Gli espulsi di Hitler si chiamano “emigranti”. Sono due formule molto diverse. Si potrebbe dire che ad una “parola del cuore” si oppone “una parola della mente” ( ibidem pag 74).
Dopo più di trent’anni trascorsi nella dittatura rumena di Ceausescu, la Müller, dunque, era approdata in Germania portandosi dietro molto tempo della vita che le era stato rubato e di cui cerca di riappropriarsi raccontandolo: […] Racconto contro la sconfitta completa della mia persona ad ogni interrogatorio. L’agente che mi interroga chiede: Chi ti credi di essere. Io dico: Un essere umano come lei. Al che lui dice: Questo lo credi tu. Chi sei, questo lo decidiamo noi. E così era in quella dittatura, e così è e sarà in tutte le altre dittature (Da Lo spazzolino da denti e la felicità. Discorso per il conferimento dell’onorificenza. Pour le mérite, pag. 90) Dopo anni di vessazioni della Securitade, con i nervi a pezzi che scambiavano sorriso e pianto, la cittadinanza non le viene concessa, continuano i sospetti, i piani diffamatori. Non avevo previsto quella mossa, il capovolgimento di tutti i fatti. I funzionari tedeschi mi scambiavano. Non però con un’altra persona, ma con una inventata attraverso la calunnia. (ibidem) .
Il luogo in cui si è nati e si vive è per l’essere umano una casa. Per i perseguitati che si sono potuti salvare, casa è il luogo in cui si è nati e si è vissuti a lungo, dal quale si è fuggiti e dove non si può tornare. Il luogo in cui l’insopportabile diventa sopportabile è il linguaggio. Nel monologo finale, l’uomo che la donna ha atteso invano per anni non è più tornato dal campo né dalla guerra. Il tempo silenzioso dell’attesa sollecita le parole e si fa presente. Una mosca attraversa mezza foresta. E poi. Una mosca attraversa una foresta intera. A volte, nella notte, l’ascensore sale nella tromba delle scale. Cigola e io ascolto, nessuno scende. Quando mi avvicino e apro la porta dell’ascensore, dentro c’è solo una lucina gialla. Mi abbaglia. Allora so che dall’occhio alla bocca il tempo è lungo (pag. 108).
Rossella Nicolò