In un’epoca in cui tutto è a scadenza, Paolo Cioni continua a credere nei libri come oggetti che restano. Senza algoritmi o mode. Solo carta, tipografia e quella ostinazione tranquilla di chi non ha mai delegato al marketing le decisioni sul gusto. Dirige la Mattioli 1885 con la precisione e la calma di un artigiano che sa che la velocità non è un valore.
Parla di rilegature, di font, di angoli stondati e di traduzioni integrali come se fossero armi di resistenza culturale. In un paese che si commuove davanti ai like e si annoia davanti alle librerie, lui continua a stampare a filo refe e a parlare di Twain e Dickens come se fossero autori contemporanei. Cioni è uno di quelli che hanno scelto di non aggiornarsi: non per nostalgia, ma per lucidità. Non crede nella novità, crede nel tempo. Nei libri che ritrovi trent’anni dopo su uno scaffale, nei romanzi che leggono i nipoti nelle librerie dei nonni che li hanno comprati. Dice che i libri restano e noi no. E neppure i nostri profili social. E forse ha ragione: in un mondo che si ricarica ogni tre secondi, l’unica rivoluzione è restare fermi.
Carlo Tortarolo
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Per i 140 anni di Mattioli 1885 avete organizzato qualcosa?
Sì, stiamo celebrando la ricorrenza. Venerdì 24 ottobre c’è stato un evento qui in sede, ma celebreremo fino alla fine dell’anno. Saremo anche a Più Libri Più Liberi, dove parleremo dei nostri 140 anni di storia.
Quando un libro diventa un oggetto da collezione, superando la sua funzione di oggetto d’uso e diventa un’edizione “rituale”, che cosa si perde e che cosa si guadagna?
Sono convinto che i libri siano fatti per rimanere; è questa la grande forza che hanno: una volta stampati non li puoi più correggere. Pubblichi un libro e rimane quello, cosa che non è più vera nel digitale, dove in qualsiasi momento puoi aggiornare un testo. Quindi, per me la natura del libro è quella di restare. Per cui noi lavoriamo sempre su oggetti da collezione. Continuiamo a stampare in tipografia, siamo forse tra i pochi che continuano a farlo, con rilegature filo refe, fatte per durare nel tempo, e poi con gli angoli stondati. E soprattutto il font: abbiamo un font che si chiama Mattioli 1885, credo siamo solo noi e Einaudi, se non sbaglio, ad aver creato un font per le pubblicazioni. Tutto il progetto insomma è stato fatto per creare un oggetto che il lettore può collezionare.
Non deve essere facile.
Lo abbiamo pensato quando siamo partiti. I libri devono rimanere, il bello di comprare un libro è che poi lo trovano i tuoi nipoti nella tua
libreria quando non ci sei più. Un libro lascia un segno anche in questo senso: io ho cominciato a leggere così. Questa cosa mi è venuta in mente perché recentemente mi hanno chiesto qual era il primo libro che avevo letto e io ho citato I 49 racconti di Hemingway, che ho trovato per caso nella libreria dei miei nonni al mare. Ho cominciato a leggerlo così per puro caso, era la cosa che mi aveva attirato nella libreria dei miei nonni, e questo è un po’ lo spirito che voglio conservare. Ho trovato quello nella libreria dei miei nonni, i miei nipoti e i loro nipoti troveranno delle cose nella mia libreria, e questo, secondo me, è valido per tutti i lettori. Non troveranno il nostro profilo social. Ecco, la realtà è che quello rimane, i libri rimangono, il nostro profilo social invece i nostri nipoti non lo vedranno più di sicuro.Quello che abbiamo scritto su Facebook o su Instagram nel 2025, non credo che nel 2050, 60, 70 potrà essere di qualche interesse, non sarà neanche documentato credo.
Il vostro repertorio include la traduzione completa di Mark Twain, se non sbaglio, che è un progetto veramente ambizioso e visionario.
Sì, con Mark Twain ormai siamo in fondo. Ma stiamo lavorando anche a quella di Dickens adesso, è ancora più grossa, è l’ultimo volume che abbiamo fatto, che è il sesto dei suoi 15 romanzi: conta 1.100 pagine e, quindi, ci stiamo chiedendo quanto siamo pazzi a farla. Per la prima volta viene tradotta tutta l’opera dallo stesso traduttore per lo stesso editore, non è mai stato fatto nel mondo, credo almeno, non posso certificarlo, ma credo che sia proprio così.
Come editore e scrittore che rapporto ha con la traduzione integrale, è un atto di fedeltà, di liberazione oppure di sottrazione?
È obbligatoria, perché comunque la devi fare, però se la fai con… se la fai con rispetto e con criterio, la traduzione è bellissima. Io leggo l’inglese, ma quando mi innamoro di un libro, di solito mi innamoro della traduzione italiana, perché lo apprezzo di più poi quando è reso nella forma italiana. Lì mi rendo conto veramente della magia di certe cose. Se lo fai bene è importante tradurre, per chi non legge la lingua madre dell’autore, e anche perché la resa in italiano ha il suo fascino. Quindi, perché averne paura? Non potremmo mai leggere in tutte le lingue del mondo tutti gli scrittori che vale la pena di leggere.
Esatto, ci deve essere un bravo traduttore che è in grado di rendere l’opera in italiano con la stessa forza con la quale è stata scritta nella sua lingua.
Sì, ci deve essere un bravo traduttore, ma ho scoperto negli anni, leggendo e confrontando le traduzioni, che ci sono dei romanzi che sono talmente fenomenali che non c’è nessun traduttore che può togliere la magia che hanno dentro. Per quanto tu possa anche tradurli in modo incerto, viene fuori una bomba lo stesso, e questa è la cosa che mi ha sempre colpito: sono talmente belli che non puoi togliere loro nulla. Puoi aggiungere qualcosa se lo fai veramente bene, magari trovi una traduzione che è migliore di un’altra, ma comunque anche una traduzione che meno pregevole è comunque una bomba; quindi, alla fine è difficile togliere la magia quando c’è.
Come decide i confini del catalogo? E cosa deve avere un testo per essere riconosciuto come Mattioli?
I nostri testi in fondo sono un po’ tutti collegati. Da un autore passiamo a un altro perché c’è un collegamento, perché uno cita l’altro, o è stato il maestro dell’altro quindi, c’è un collegamento che è una sorta di gioco ad incastri, lo monti pezzo per pezzo, poi alla fine viene fuori l’immagine della casa editrice. Non è così facile definire i confini, c’è una parte anche di istinto credo, perché non puoi comprare i romanzi sulla base di un catalogo. Puoi decidere che ti vuoi vestire sempre di blu e comprare su un catalogo tutti i vestiti che sono blu, coi libri è più complesso. Quel collegamento fra uno e l’altro a volte è uno spirito comune fra due libri che magari sono diversissimi. Diciamo che forse questa cosa va un po’ rovesciata, se questa ragnatela di collegamenti funziona anche nella testa del lettore vuol dire che abbiamo fatto centro. Dovrebbe essere un disegno che tu vedi dall’altra parte, perché per me sarebbe banale dire che inseguo i libri perché mi piacciono, perché è ovvio che c’è dietro quello.
Quando legge un manoscritto che potrebbe pubblicare oppure quando fa una valutazione, quanto entra di lei? Quanto interviene l’autore e quanto l’editore? Quanto l’autore che è e quanto l’editore che deve essere? Questi due aspetti si confondono o si nutrono l’uno con l’altro?
Si nutrono uno dell’altro. Una cosa che fa sempre colpo su una persona come me, che vuole fare le due cose, e sai che non è facile fare le due
cose insieme o in parallelo, è che molto spesso gli autori che scelgo mi stupiscono e mi lasciano a bocca aperta dal punto di vista della scrittura. Sono autori letterari anche quelli che non lo sono propriamente, perché magari scrivono thriller, ma sono comunque autori molto attenti alla parola, al linguaggio e quindi hanno un loro valore letterario. L’abbiamo fatto per esempio con McDonald, è un autore famoso per un detective seriale, che noi abbiamo completamente ignorato. Perfino il suo agente si stupiva del perché noi non volessimo fare il detective seriale che in America ha avuto tanto successo. Invece abbiamo preso una decina dei suoi romanzi più letterari che, secondo noi, erano più interessanti, si adattavano meglio al catalogo e mi piacevano di più. Torniamo sempre a quello. Da scrittore valuto molto anche la capacità di scrittura, quando uno scrittore fa delle cose che suscitano in me ammirazione questo influenza il giudizio, poi è ovvio che si va considerato anche il lettore, che deve appassionarsi.
Anche perché molti dei testi in catalogo hanno spigolature, zone d’ombra, mentre il lettore di oggi è abituato alla chiarezza, all’istantaneità, è un rischio proporre libri che invece di dare risposte semplici fanno domande?
Secondo me per un editore piccolo, o medio, non so come potrei definirmi – facciamo 30 titoli all’anno, e abbiamo 600 titoli a catalogo – conviene battere strade meno battute dagli altri editori, ci sono già tanti editori che fanno cose più immediate e fanno bene a farle. Noi ci siamo dati l’obiettivo di costruire un catalogo di valore, senza essere per niente spocchiosi o cerebrali, perché poi alla fine a me personalmente piacciono i testi letterari che però ti fanno voltare pagina, Page Turning come dicono gli inglesi. Io cerco di trovare un po’ quel mix, anche quando scrivo, e cerco di farlo nei libri che trovo e che voglio tradurre, che voglio portare in Italia, e quindi è un punto di incontro fra il valore letterario e una lettura che sia avvincente.
Per lei che è uno scrittore, quale collana del catalogo Mattioli sente più affine? In quale collana invece magari si sorprenderebbe di trovare un suo libro, perché magari un po’ fuori rotta?
Abbiamo una collana storica, quella che va avanti da più tempo, che è la collana Frontiere, che è basata sul mio amore per la frontiera, che è intesa come narrativa americana, che è tutta di frontiera alla fine, o quasi, collana importante anche perché ultimamente stiamo facendo tanto nella riscoperta del western più letterario, perché alcuni scrittori western sfuggono al genere. Anche lì, per esempio vale esattamente quel discorso che facevo prima, gli americani hanno degli autori western che producevano narrativa di consumo. Noi cerchiamo autori di valore nell’ambito del western, e stiamo facendo delle cose, secondo me, interessanti. Sia come riscoperte che, come nuove proposte, alcuni titoli che, secondo me sono bellissimi. Però, per rispondere alla tua domanda, è nata l’anno scorso una collana nuova che si chiama Gallerie, che ha oggi 7-8 titoli all’attivo e che è intesa proprio come collana che ci possa permettere di andare in direzioni più diversificate.
Le gallerie sono quelle che vogliamo scavare in tutte le direzioni, per arrivare alla luce da qualche altra parte, e lì abbiamo pubblicato un paio di inglesi, abbiamo pubblicato un australiano. Rimaniamo sempre sulla lingua inglese perché per il momento è il nostro punto di forza anche dal punto di vista di staff e di competenze, e di lettori, però allargheremo probabilmente anche altre lingue. Quindi, andiamo in direzione un po’ più aperta. Mentre Frontiere continua ad avere una connotazione molto americana rimarrà così e continuerà a essere così, questa collana nuova invece ha la possibilità di andare in tante direzioni diverse e appunto già alcune cose sono arrivate e ne arriveranno altre.
Quindi ricapitolando quella che sente più vicino è quella del West?
No, io direi Gallerie perché è nuova, non posso non essere entusiasta dell’ultima creatura.
E quella cui si sente più lontano?
No, lontano, come faccio a dire lontano?
Dalla sua scrittura, dal suo modo di scrivere?
Ma allora sai, non è che poi ne abbiamo veramente così tante collane, alla fine dentro Frontiere abbiamo creato una parte di thriller, ma diciamo che sono tutt’uno, poi abbiamo una collana di classici e poi abbiamo Gallerie, e certo i nostri Light sono i nostri piccoli libri preziosi.
Allora diciamo pari merito, ma sicuramente con una predilezione per Gallerie?
Sì, sì, le collane sono tutte preziose, non avrebbe senso fare una collana veramente distante, e poi ripeto non sono così tante.
Lei ha tradotto anche Aldous Huxley, Jerome K. Jerome e Charles Webb?
Huxley tanto tempo fa. Di Jerome tradotto un po’ di cose. Di Webb ho tradotto Il laureato, e Bentornata, Miss Robinson che è il seguito.
Quando traduce si sente un ladro gentiluomo o un complice dell’autore? E quanto c’è di lei in quelle parole che all’inizio non erano sue?
Allora, quando introduco mi sento complice, non voglio rubare niente e cerco di essere fedele allo spirito dell’autore, credo che poi un po’ di me ci sia dentro, ma perché è obbligatorio, perché non puoi evitarlo. Però sono un traduttore che ama essere molto vicino all’originale, ma mi pongo dei margini: magari cerco di non tradurre un termine gergale con un nostro gergo, perché, se l’autore originale ha usato lo slang probabilmente quella cosa si perderebbe comunque in italiano. Perché il gergo è talmente regionale per la lingua italiana che quello che potrei usare io non è già più comprensibile a 200 chilometri da casa mia.
Pensiamo ai ragazzi di Mark Twain, Tom Sawyer, Huckleberry Finn. Adesso usciamo con la nuova traduzione di Tom Sawyer, è uno degli
ultimi che abbiamo lasciato, per chiudere in bellezza. I ragazzi di Twain parlano in gergo, cerchiamo però di non esagerare con questo gergo. Non l’ho tradotto io ma Livio Crescenzi, per cui devo anche rispettare le scelte di traduttore perché è giusto che sia così, però come linea editoriale di solito cerchiamo di non eccedere, io personalmente eccedo ancora meno forse di altri.
Perché poi entriamo nel realismo, e ne veniamo assorbiti…
Esatto, certe cose non si possono rendere, e io cerco di tradurre con un linguaggio molto piano, cerco di non dare un’impronta così forte, perché mi sembra sbagliato: quindi sono complice, cerco di mettere poco di mio, però poi ammetto che il linguaggio che usi alla fine è il tuo, da lì non scappi.
Una domanda che si può fare solo a un editore che, come lei, è anche uno scrittore, che ha affrontato varie questioni, compreso uno dei grandi misteri toccati dalla letteratura: quello del male e della sofferenza. Lo fa anche con una certa sobrietà, con una certa igiene. Per lei la letteratura serve a guarire o solo a dare un nome al male che ci circonda per riconoscerlo quando ritorna o si avvicina?
Io credo che la maggioranza delle persone veda nella letteratura una descrizione dei sintomi, mentre invece io sono sempre stato convinto, rimarrò convinto, del fatto che possa essere anche una cura, un rimedio, però in maniera molto sobria. Non può fornire una soluzione, perché la soluzione poi ognuno la deve trovare da sé, ma può essere di aiuto. Quindi, secondo me, quello che deve fare un autore, non è limitarsi a dichiarare i sintomi, ma immaginare un modo di rispondere a quei sintomi, trovando delle strade non battute.
Se questo serve anche solo come spunto per gli altri allora è un successo. Non si può dare una formula, però rimango fiducioso, sono convinto che l’arte in generale possa aiutare a sopravvivere. A far apprezzare il fatto di essere vivi, come diceva Kurt Vonnegut. Non sono in tanti a crederlo, penso che la maggioranza oggi pensi che lo scopo dell’arte sia quello di raccontare la realtà così com’è, senza credere in nessuna redenzione.
Invece io sono convinto che l’arte abbia la funzione di provare a trovare strade, anche se ci sono alcuni dolori a cui non c’è una soluzione, quindi, non è che uno può pensare di avere la cura per tutto, però può servire non soltanto a capire i sintomi, ma anche come terapia.
È una strada che aiuta a cercare altre strade, perché lo stesso scrittore quando la imbocca non sa dove porta. È una possibilità in più che ha rispetto agli altri, di poter risolvere certe questioni, di poter dare un senso alle cose o di farsi compagnia con questi personaggi che sono quello che l’autore pensa essere il mondo. Poi la nostra mente ci viene in aiuto, perché i personaggi, una volta creati, prendono vita e a volte ci prendono la mano.
Per me diventano reali, nella mia testa esistono davvero, ma poi sai che quando scrivi un libro prendi un po’ da tutto: dalla fantasia, dalla realtà, un pezzo qui, uno là.
Bene, quindi ci possiamo salutare con l’ottimismo di credere che la letteratura serva a guarire.
Sì, secondo me sì, più che guarire serve a provare.