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Michel Bussi anteprima. Le ombre del mondo

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Michel Bussi è uno di quegli autori che non cambiano genere: lo attraversano. Con Le ombre del mondo ( Edizioni e/o 2025, 592 pp., 19,95 €, traduzione di Alberto Bracci Testasecca ) non abbandona il polar, lo spinge in un territorio più fragile, dove la suspense serve non a intrattenere ma a ricordare. Bussi scrive con la discrezione di chi sa che le parole possono illuminare ciò che il silenzio nasconde.

Prima di narrare, Bussi ha misurato il mondo, è stato per venticinque anni docente di geografia politica: nei suoi libri i luoghi non sono semplici sfondi ma protagonisti silenziosi che muovono la storia. Nel raccontare il Ruanda, Bussi non ricostruisce: restituisce. Usa il rigore dello studioso per dare corpo alla finzione. La sua chiarezza è un atto etico.

Ciò che lo distingue è il modo in cui tratta la suspense: non un artificio, ma una forma di memoria. I suoi intrecci — le svolte, gli inganni, le rivelazioni — non servono a sorprendere il lettore, ma a guidarlo dentro un territorio morale. Non c’è compiacimento, non c’è spettacolo: solo una tensione che cresce perché la Storia non permette distrazioni.

Nell’alternanza tra presente e passato, Bussi mostra la sua vera forza: costruire passaggi, non mondi. Le sue pagine sono porte socchiuse tra generazioni. La sua scrittura — semplice in superficie, musicale nel ritmo — procede per ritorni, variazioni, spostamenti minimi che cambiano la prospettiva.

Bussi usa la fiction come strumento per guardare ciò che la memoria collettiva tende a rimuovere, non cambia direzione. Affina la sua poetica.
Porta il colpo di scena più in profondità: là dove la memoria diventa racconto e il racconto diventa coscienza.

Leggere Bussi significa accorgersi che il thriller può scuotere l’anima tanto quanto la Storia e che la narrativa, se è viva, non lascia indifferenti.

Nancy Citro

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«Buon Natale, piccola mia!».

Foto: Philippe Matsas

Il nonno di Maé aveva messo tre regali sotto l’albero. Era una festa intima, un cenone a tre, uno per generazione: lei, sua madre Aline e suo nonno Jorik. A Maé piaceva quella semplicità, il nonno militare in pensione da un’eternità e la madre professoressa di scienze. Per quanto indietro andasse nella memoria, cioè fino agli anni in cui credeva ancora a Babbo Natale, ricordava solo quelle vigilie in tre, senza banchetti né regali a profusione. La serata era di suo gusto. L’attenzione un po’ severa della madre, la tenerezza del nonno, non chiedeva di più.

«Quale apro?» domandò.

«Il primo!».

Nonno Jorik aveva scritto un numero su ogni pacchetto, e quello col numero uno era il più voluminoso. Prima di cominciare a scartarlo, Maé si accorse degli sguardi complici che si scambiavano la madre e il nonno. Cos’avevano combinato, quei due? Aveva spesso notato che gli adulti sono sempre più eccitati per i regali che fanno che per quelli che ricevono. Tolta la carta, scoprì sorpresa un oggetto quasi preistorico, un mangianastri. Rosso, leggero, piatto. Poi venne fuori una scatolina di plastica grande come un pacchetto di sigarette.

«Cos’è?».

«Una musicassetta, serviva ad ascoltare…».

Maé guardò il nonno con indulgenza.

«So cos’è una cassetta, nonno! Chiedevo solo cosa c’è dentro».

«Ascoltala».

Il nonno aveva ragione. Contro ogni aspettativa, il mangia- nastri funzionava. Una specie di ingranaggio si mise in moto. Ci fu dapprima un soffio, come se qualcuno si fosse divertito a registrare il vento, poi voci lontane, conversazioni animate in una lingua che Maé riconobbe subito, era il kinyarwanda, la lingua della nonna. Con l’accompagnamento di un po’ di musica le risate si trasformarono presto in un coro, poi una voce unica, pura e cristallina sovrastò le altre.

«Sono canti ruandesi?».

«Sì, canti religiosi. Anche canzoni d’amore».

Al nonno tremava la voce, eppure non era un tipo che si commuoveva facilmente. Aveva appena compiuto sessant’anni, era ancora un bell’uomo che le donne si voltavano a guardare. Andava a camminare ogni giorno, a correre ogni settimana e a nuotare nelle acque della Manica ogni estate. Un sessantenne affascinante e scapolo, con tutte le intenzioni di continuare a esserlo. Era troppo abituato alla sua routine da giovane pensionato. Vantaggi della carriera nell’esercito… Tirò su col naso, e quando si schiarì la voce sembrò che inghiottisse tutte le lacrime che erano rimaste incastrate in gola e che non aveva osato lasciar scendere. Parlò velocemente, quasi strozzandosi.

«Sono canti registrati il giorno del mio matrimonio, nell’a- prile del 1992 a Kibeho, un piccolo villaggio del Ruanda».

Si voltò verso la figlia.

«Tu eri già nata, Aline, avevi sei mesi».

Già nata… ma troppo piccola per ricordarsene. Anche ascoltando quelle melodie Aline conservava l’aria severa della professoressa di scienze, quel misto di rigidità e rigore che hanno per tutta la vita i figli cresciuti solo con il padre o con una madre autoritaria. Era l’unica figlia di un militare, approdata nel 1994 in un paesino normanno in cui era l’unica bambina nera, una sopravvissuta che aveva sepolto in profondità i suoi traumi ed era probabilmente ossessionata dalla paura di trasmetterli suo malgrado alla figlia.

«Apri il secondo pacchetto…».

Maé colse un altro sguardo complice tra la madre e il nonno, poi aprì il regalo, di forma piatta e rettangolare. Una cornice? Una fotografia? Esatto! Riconobbe l’immagine prima di aver tolto completamente la carta. Un gorilla. Un gorilla silverback. Concentrandosi un po’ avrebbe potuto stabilirne l’età e la provenienza geografica. I gorilla erano la sua passione, sul suo letto troneggiava da sempre un vecchio gorilla di peluche di nome Gagi, e camera sua era tappezzata di poster di King Kong, di Dian Fossey o delle dieci versioni cinematografiche del Pianeta delle scimmie. Prima i canti ruandesi, poi la foto del gorilla… Quei regali erano i primi due pezzi di un puzzle che Maé non osava incastrare per paura di rimanere delusa. Aveva spesso detto che il suo desiderio più grande era vedere i primati dal vivo nel loro habitat naturale, nell’unico luogo al mondo in cui possono essere avvicinati, quello in cui un tempo Dian Fossey li aveva protetti. I monti Virunga, in Ruanda.

«Be’, che aspetti? Apri il terzo».

Un pacchetto sottilissimo, appena qualche foglietto cartonato. Maé li sentiva sotto le dita, poteva quasi contarli, uno, due, tre, aveva paura di togliere la carta regalo, paura di credere all’impossibile, paura di aver sperato per pochi minuti che il sogno della sua vita si stesse realizzando… La madre e il nonno la spronavano con lo sguardo. Dovevano per forza leggerle nel pensiero, non potevano essere così crudeli, non potevano sorridere in quel modo se…

«Lo apri o no?» si spazientì Aline. Maé strappò l’involucro in lunghe striscioline. E per poco non svenne. No, non aveva sognato, sul biglietto c’era il suo nome insieme a quello del nonno, Jorik Arteta, e della madre, Aline Arteta. Partenza il 25 dicembre alle 9.12. L’indomani mattina. Volo diretto per il Ruanda. La terra dei suoi fratelli gorilla. La sua terra! Maé non riusciva a dormire. Stesa sul letto, faceva scorrere sul telefonino le foto dei gorilla scattate dagli habitué dei viaggi in luoghi straordinari. Il safari a piedi sui monti Virunga costava una fortuna, l’equivalente di un mese di stipendio della madre o di due mesi di pensione del nonno, dovevano essere anni che mettevano da parte i soldi per regalarle quella follia. Anche per regalarla a se stessi? Dal 1994 Aline e Jorik non erano più tornati in Ruanda. Quel safari da migliaia di dollari nel paese dei gorilla era forse un pretesto per trovare finalmente il coraggio di affrontare il passato?

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