
Grazie a Giulio Paolini, a Paolo Vandrasch che ha fotografato l’opera, e grazie soprattutto a Federico Ferrari che me l’ha inviata (saprete presto perché).
È un’opera che non ho capito subito, ma rileggendo per la millesima volta un testo di Holan è diventata il mio manifesto interiore.
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Se un uomo non si sente perduto, è perduto
a tutto ciò che si svolge negli altri
e che avviene in lui.
Così perduto, egli scrive una lettera e una busta
e la suggella e vi sottolinea : Aprire dopo la mia morte!
Ma esser perduti e resistere e avere
la luna nel libro e la notte soltanto nel leggerlo,
non conoscere né fine né margine a se stessi,
non essere soli, ma essere perduti,
è come se la propria pena ed un’altra, di estranei,
generassero un terzo cuore…
Vladimir Holan (tradotto da Angelo Maria Ripellino e Ela Ripellino Hlochovà).
Luca Sossella