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Bardo tibetano e metaxy platonico

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Bardo in tibetano significa intervallo, spazio-tra. Non indica solo il dopo la morte, indica ogni passaggio di stato della coscienza. Spiegarla così in due parole è delinquenziale, ma voglio eccedere nel delinquere e dire del metaxy platonico: l’intervallo, ovvero l’intermediario tra mortale e immortale, ignoranza e sapere, vuoto e pieno, tra doxa ed episteme, lo so è un paragone assurdo, un confronto folle che non dovrebbe funzionare… ma quando li metti uno accanto all’altro, si illuminano a vicenda. Metaxy e bardo nascono lontanissimi, uno ad Atene, IV sec. a.C., l’altro in Tibet, VIII sec. d.C., ma descrivono la stessa intuizione strutturale: la realtà decisiva non è negli stati, ma negli intervalli tra gli stati. Il metaxy è strutturale, permanente. Il bardo è dinamico, attraversabile; se in uno stato folle li sovrapponi, succede qualcosa di potente, come dire che il bardo è il metaxy vissuto e il metaxy è il bardo pensato.

Ti chiederai quando ho capito questa banalità. Te lo dico: oggi pomeriggio, stracciando fogli di appunti, ma uno che ho scritto la notte del 31 ottobre 2014 lo conservo qui: Zenone di Cizio, figlio di Mnasea, scrive Diogene Laerzio, chiamò “fiore” l’avvenenza della voce; ma secondo altri interpreti chiamò “voce” il fiore dell’avvenenza.

Non importa come lo si traduca, se so che entrambe le versioni sono valide e che tutte e due falliscono, proprio perché sono vere.

Luca Sossella 

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