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Dario Pontuale anteprima. Storia prossima

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La casa, le cose, il caso scrivono la Storia. Nulla si cancella, soprattutto a Roma.”.

È in libreria Storia prossima di Dario Pontuale (Blu Atlantide 2025, pp. 272, € 19) un affresco brillante di vita e di storia italiana.

Dario Pontuale è critico letterario, bibliotecario e autore di saggi e narrativa. Tra le sue opere più note: Il baule di Conrad, La Roma di Pasolini (Premio Carver 2019), e saggi su Pavese e Ginzburg.

Storia prossima è un romanzo che non è un romanzo. Una pagina strappata alla Storia, sporca di fatica, sudore, povertà, rabbia. Qui non si narra di re, papi o grandi battaglie; qui si raccontano i passi pesanti degli ultimi, quelli che rompono le catene di silenzio e sfruttamento con la loro sola presenza.

Dario Pontuale ci trascina dentro l’Urbe sporca e solenne di fine Ottocento, tra vicoli umidi, botteghe dismesse e macchinari arrugginiti. La voce è quella di Giggi, Sansone, Luigi: tipografi, scioperanti, uomini che si spezzano ma non si piegano.

L’autore non concede tregua né pietismo. I Picca, famiglia proletaria, non sono eroi di un’epopea, ma carne e ossa con le mani impiastrate d’inchiostro e le spalle rotte dalla vita.

La Storia – con la S maiuscola – si fa corpo, asfalto, tensione nervosa, sangue rappreso sulle pietre. Il Congresso di Genova, le divisioni tra socialisti e anarchici, la brutalità delle polizie e dei padroni sono il respiro affannoso di un’Italia che si risveglia a fatica, ferita e divisa.

Il racconto procede a colpi di dialoghi crudi e veraci, di dettagli minuziosi e quotidiani che non ammettono scuse o retorica: “Se lottamo tutti pe’ le stesse cose, perché, se dividemo?». «Perché l’anarchici pensano che è lo Stato il nemico da combatte, noi invece semo convinti che è la borghesia». Il ragazzo continuava a non capire e approcciò una domanda talmente ovvia da squarciare il futuro: «Ma nun semo poveri tutti allo stesso modo?».

Le botteghe, le osterie, le famiglie disposte in stanze umide e polverose sono il teatro di una tragedia silenziosa, dove la lotta per la dignità si consuma in ogni parola e gesto.

E in questo magma ribollente si innalza la speranza di un riscatto, fragile ma ostinato, fatto di quaderni pieni di appunti, di assemblee accese e di sogni che nessun padrone può reprimere.

Storia prossima è un pugno che lascia il segno, un romanzo di carne viva e sudore, un invito a non dimenticare chi resta nell’ombra.

Dario Pontuale ricostruisce con precisione chirurgica e passione ribelle un’epoca fondante, mettendo al centro i volti dimenticati che ancora oggi spiegano la Storia del nostro tempo.

Un libro necessario, feroce e umano.

Carlo Tortarolo

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In casa Picca la domenica era l’unico giorno nel quale si mangiava tutti assieme, ma dopo il pasto ognuno sceglieva le proprie occupazioni, ognuno conscio che si gode soltanto del tempo guadagnato. Viola, assieme a Iolanda, cuciva chiacchiere e rammendava biancheria attorno alla stufa, Ghita invece ruzzava con le compagne nel vicolo. Ettore, vestito l’abito migliore, frequentava il teatro Metastasio pur di avvicinare la guardarobiera, Giggi si recava all’Osteria della Botticella per la consueta sfida a scacchi con Cocciasecca. Mentre molti si dedicavano alle carte o alla morra, il tipografo e il falegname muovevano pedoni e regine su quadrati bicolori, duellando fino a sera seduti accanto a un fuoco alto. Era stato Giggi a insegnare al rivale le regole del gioco, nozioni a sua volta ricevute da un assiduo frequentatore dell’osteria, un vecchio dalle gengive vuote, l’aria accapicciata, gli abiti malmessi. Un tizio afflitto da una solitudine penitente, che un giorno l’aveva invitato ad accomodarsi. Spiegate le regole e tracannato del vino, l’anziano gli aveva parlato delle proprie origini piemontesi, nonché di un’azienda di saponette a Livorno abbandonata perché coinvolto in attività sovversive. Gli confidò, inoltre, di essere un chimico, di essere stato lui a scoprire che, sfregati insieme, fosforo, gomma arabica e clorato di potassio prendevano fuoco. «Mi vuole di’ che lei ha inventato i cerini?», gli aveva chiesto Giggi spostando un cavallo.

«Avevo perfino impiantato una piccola fabbrica che li produceva a mano, si chiamavano “candelette”», aveva risposto il nordico avversario reclinando sconsolatamente la testa, «il merito della scoperta, però, se lo sono presi due tedeschi». Ogni volta che smetteva di pensare al movimento dei pezzi, i suoi occhi torbidi sprofondavano in gorghi di struggente commiserazione mista a rimpianto. Conclusa la partita, sconfitto ma affascinato, Giggi aveva voluto conoscere l’identità dell’infelice rivale che, sgranando pochi monosillabi, affermò di chiamarsi Sansone Valobra. Giocarono altre partite assieme, poi la mestizia corrosiva del chimico non si fece mai più vedere. Era l’inverno del 1876, non faceva che piovere e i camini fumavano il fuoco della polenta, il tipografo Picca attendeva il secondo figlio e decretò che se fosse nato maschio l’avrebbe chiamato Sansone. L’eroe è l’individuo più semplice tra gli umani.

L’odore di verdure padellate all’aglio, pecora alla brace e pesce fritto si spargeva nell’Osteria della Botticella, un cantinone a via dei Vascellari, ristoratore dell’ebbrezza popolana. La parannanza l’indossava Maddalena, vedova che in pochi anni aveva perso due figli ed era uscita dalle ortiche con un carattere sprezzante. Una donna temprata dalle avversità, snella, dal viso affilato, la pelle olivastra e fianchi voluttuosi stretti dentro al corsetto. Portava uno scollo largo e gonne fino ai piedi con i quali si sbarazzava di avvinazzati, piantagrane, molestatori.

«Cocciasecca t’aspetta», esordì Maddalena con le mani posate sulle anche, «ha quasi finito una fojetta, se nun te sbrighi lo trovi ‘mbriaco». Cinto dall’odore di vigna, Giggi occupò il solito posto trovando la scacchiera apparecchiata. Anche Sansone talvolta frequentava l’osteria, ordinava una gassosa, dei mostaccioli, sistemava i quaderni, leggeva. Quella domenica, però, non tutto seguì la forma sferica dell’abitudine. Verso sera entrò Curzio, figlio di Gallinella, calzolaio di Monti, dove stava di casa e di bottega.

Robusto come una sequoia, tanto da tendere le cuciture dei pantaloni, con i muscoli che si vedevano contrarsi a ogni movimento del collo.

«Scusate se disturbo», interruppe educato, serio, «ma te dovrei parlà un attimo Gi’».

«È cosa urgente?», disse quest’ultimo volgendosi verso l’ospite inatteso.

«Abbastanza. Se uscimo, te spiego mejo».

Sostituito da Sansone nel gioco, Giggi sostò fuori per molto e rientrato comunicò al figlio: «Avverti mamma che faccio tardi».

Il messaggio fu riferito, tutti rimasero comunque svegli ad aspettare. Giggi rincasò dopo mezzanotte con la preoccupazione addosso e, senza proferire parola, fumò due sigarette una appresso all’altra. Un sospiro dopo ogni boccata. I Picca stavano radunati in cucina senza chiedere nulla, nella stanza che rinfocolava molta della vita familiare. Viola sbottò: «Bè, se po’ sapé che t’ha detto?».

«Na robba grossa, tanto. Nun lo sanno che po’ succede», Giggi tirò dal mozzicone.

«Parla chiaro!», insistette Viola. Giggi svuotò la coscienza in cerca di conforto. Curzio era un calzolaio, nonché membro di un circolo anarchico, organizzatore di molte agitazioni per il lavoro. Fidandosi di Giggi, lo aveva informato che un giornalista suo conoscente era al corrente di una novità capace di rivoltare il governo.

«Ce stanno de mezzo tutti: ministri, governatori, senatori, deputati, aristocratici. Storie de mijoni rubati da una banca», annunciò Giggi, sbuffando il fumo contro il soffitto.

«E quale sarebbe ’sta banca?», si informò la moglie.

«La Romana!».

«C’è da fidasse?», si pronunciò loquacemente Ettore. «Te poi che c’entreresti?», aggiunse placando lo stupore.

«Curzio è uno affidabile. Hanno rimediato un ciclostile, carta e inchiostro», puntualizzò Giggi con rughe che s’irradiavano dagli angoli degli occhi, «la notizia deve uscì presto».

Serviva un compositore esperto per un piano che prevedeva di stampare, la notte successiva, dei volantini nel sottobottega della calzoleria di Piazza della Suburra. Si sarebbero intrufolati nel retro del negozio attraverso una finestra bassa affacciata sul cortile, l’appuntamento fissato per mezzanotte in punto. All’alba poi una staffetta avrebbe consegnato i ciclostilati all’edicolante di Piazza Colonna.

«Te che hai risposto?», domandò preoccupata Ghita.

«Che ce penso fino a domani mattina». Giggi pestò la cenere e all’ultimo piano di Vicolo Margana l’aria si tramutò in piombo. Si coricarono tutti tranne lui.

Non era più né presto, né tardi. Quella notte non era fatta per dormire e, d’improvviso, si smarrirono i pensieri.

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