Antonello Saiz racconta Oreo di Fran Ross

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Avevo accettato la proposta di avere uno spazio tutto mio su questo portale prestigioso a patto che potessi raccontare cosa accadeva settimanalmente nella nostra libreria. Ma questo laboratorio culturale permanente e in perenne rinnovamento è stato chiuso a causa dell’emergenza sanitaria legata alla diffusione del Coronavirus. Allora ho pensato che potevo, sempre alla mia maniera, raccontare qualche libro o qualche novità e riscoperta, per alleviare la tensione e usare la letteratura anche per interrogarsi su questo presente complesso, difficile. Scegliere qualche libro che potesse mettere di buon umore e allontanare la paura. Ci aspettavamo un marzo diverso, un mese di fiere, laboratori di scrittura e di letture ad Alta Voce, tante presentazioni importanti, scrittori italiani e internazionali. Ma le cose hanno preso un’altra piega e sono arrivate le settimane della quarantena e del doversi sigillare in casa. Mentre cambia la quotidianità, deve restare immutato il nostro amore per le storie e per la loro capacità di unirci e tenerci compagnia, anche in tempi difficili. Allentare la tensione per fare spazio a un po’ di intelligente, e trascinante buonumore ed ecco perché, in questo giovedì, ho scelto un libro dal titolo Oreo. L’autrice, Fran Ross (1935-1985), è stata una giornalista, scrittrice e autrice televisiva afroamericana. Oreo è l’unico romanzo che ha scritto, prima della morte prematura. Pubblicato nel 1974 e passato inosservato alla sua prima uscita, è stato di recente rilanciato dalla casa editrice newyorkese New Directions, guadagnandosi elogi dalla critica e da grandi scrittori come Paul Auster, Marlon James, Paul Beatty e ottenendo, finalmente, il giusto riconoscimento. Quarantasei anni dopo la sua pubblicazione negli Stati Uniti, questa perla ritrovata degli anni Settanta è stata pubblicata, in questi giorni, per la prima volta in Italia dalla casa editrice Sur, nella collana BigSur, con traduzione di Silvia Manzio e una fantastica copertina di Livia Massaccesi.

Paul Beatty, nella sua Antologia dell’umorismo afroamericano, a proposito di Oreo ha scritto: «Sono sempre in ritardo per affrontare alcune cose. Mi ci sono voluti due anni prima che potessi “sentire” il primo album del clan Wu-Tang, ancora più tempo per apprezzare Basquiat, e non riesco ancora ad abituarmi a tutto il trambusto che circonda Duke Ellington e Frank Lloyd Wright. Ma non riesco a capire come Oreo possa essermi sfuggito per così tanto tempo». Da queste parole potete già capire che si tratta di un libro imperdibile per tutti coloro che amano lo humor ebraico e gli autori postmoderni.

L’eroina di Oreo è Christine. Oreo è il classico biscotto a due colori americano: nero fuori, bianco dentro. Ma è anche il soprannome di Christine, e il motivo è molto semplice. Christine è un’adolescente nata dall’unione tra una madre nera e un padre ebreo. Il matrimonio tra questi due genitori improbabili naufraga molto presto. Il padre abbandona la famiglia senza dare spiegazioni, quando Christine e suo fratello sono ancora molto piccoli, lasciando dietro di sé poche tracce misteriose. La madre, a sua volta, lascia i due ragazzi alle cure della nonna, pur di inseguire le sue ambizioni e una carriera teatrale. Oreo e suo fratello vengono allevati dai nonni materni a Philadelphia e crescono con questa nonna nera, il cui dialetto pastoso del Sud è quasi incomprensibile. Non ci sono affatto condizioni favorevoli all’inizio della vita per questi due ragazzini. All’età di sedici anni anni, Christine lascia Philadelphia per andare a New York alla ricerca del padre e scoprire il segreto della sua nascita e la strana eredità conservata per lei. La ricerca di Oreo è trovare suo padre. Seguendo una labile scia di indizi incontrerà e affronterà, prova dopo prova, una metropoli popolata da personaggi grotteschi e curiosi, nani e truffatori, ruffiani e fattucchiere, «tenendo a bada ogni pericolo con le uniche armi a sua disposizione: il cervello affilato e l’acume unito alla dialettica della sua lingua svelta, senza disdegnare il tocco di una discreta conoscenza delle arti marziali».

Un libro originalissimo Oreo, fatto da brevi sezioni, e apparentemente nessun filo comune riconoscibile, a parte un richiamo e una rivisitazione del mito greco di Teseo in chiave pop e fumettistica. Mescolando con disinvoltura lo yiddish ebreo e il vernacolo dei neri, si innescano tutta una serie di battute al vetriolo che creano un linguaggio affilato in cui nessuna volgarità verbale è risparmiata. Tutto in questo libro diventa grottesco e magnificamente leggero e ogni cliché viene spinto al limite dell’esagerazione. Un serie di fumetti senza immagini mescolata con il diario di un adolescente, soltanto con la lingua degli adulti. Fran Ross lascia che Christine e suo fratello parlino la propria lingua, creino nuove parole, giochi di parole, fino a creare involontariamente una comicità sofisticata. Un libro arguto e audace contro il razzismo e il sessismo. L’aspetto psichedelico del libro è probabilmente legato al suo tempo e agli anni settanta, ma il con il suo ritmo serrato, scandito dai suoni di New York, il suo spirito ribelle e la sua garbata satira del meticciato culturale, è un libro che parla come pochi alle identità in continua ridefinizione del nostro tempo. Un vero romanzo femminista brulicante di giochi di parole che diventa un’opera letteraria fuori da qualsiasi schema. Oreo è uno di quei libri che gioca con l’intelligenza del lettore, regalando risate fragorose e liberatorie a ogni pagina. Si rivelerà essere uno dei libri più divertenti, intelligenti, irriverenti, gioiosi, scaltri e tristi che voi abbiate mai letto. Potremmo chiamarlo “romanzo postmoderno” o “romanzo di una femminista nera”, ma ciò lo rinchiuderebbe dentro una scatola troppo stretta, perché questo romanzo è tante altre cose messe assieme. C’è il libro giusto per ogni lettore, come il coperchio giusto per ogni pentola. Ma come dice Christine, in maniera meravigliosa: «Lo fa anche una pentola senza coperchio».

«Oreo fece quello che faceva ogni volta che prendeva la metro: speculò e paragonò. Speculò sul numero di persone che stavano facendo l’amore in quel preciso istante diciamo a Denver, Colorado. Quanti si stavano facendo fare un’otturazione a Cincinnati?»

Fran Ross

Antonello Saiz